TITO (DEI PORTICI)

PIOGGIA

È quasi sera e fa freddo. Non un freddo-freddo. È un freddo e basta. Ma chi vive in strada sa cosa è, sa come è, e suo malgrado, se lo vive tutto. La notte, il “freddo e basta” è più che sufficiente per rendere le ore più brutte. Più stronze.
Sta accovacciato sotto il portico del palazzo, proprio accanto la saracinesca del centro ottico. Anzi si è gettato come un sacco al muro del portico. Sporco, i capelli unti e arruffati che si fa prima a raparli a zero che provare a pettinarli.
Viso spigoloso, pieno di rughe, scuro. Occhi piccoli e profondi. Barba fatta forse due settimane prima, ma non di certo con lametta e sapone spray. Forse con un coltellino. Chissà da quanto tempo non socializza con l’ acqua e il sapone.
I vestiti non sono da meno. Di colore indefinito, color sporco. Se lo sporco è un colore. Tendono dal grigio spento all’ indaco, con nuance di nero e macchie che lo rendono una carta geografica. Sono strappati sulla tasca sinistra e sulle ginocchia, ma non per moda. Sono strappati per l’ uso continuo. Qualche dente marcio, le dita coperte di giallo nicotina che lasciano intravedere il nero del sudiciume che fa da guarnizione alle unghie. Sembra un quarantenne che ne dimostra sessantacinque e portati in modo disperato. Si nota l’ età vera, dal colore poco grigio dei capelli castani. Curvo e sfatto di vita, o di non vita.
No, non ha un bell’ aspetto.
Sta lì, accovacciato al muro. Accanto, due, tre sacchi grandi di colore azzurro e bianco (sembrano questi i colori originali). Sacchi morbidi, chiusi con dei fili di plastica e spago grosso. Si vede che non c’ e niente di solido lì dentro. Niente di valore. Forse stracci e niente più. Nessun cartello. Nessun pezzo di cartone con scritto -“fate la carità” o roba del genere. Nessun piattino d’ elemosina davanti. Sta lì, in silenzio a guardarsi le mani giunte, nere, callose, come fosse in preghiera. Che sembra perso nei pensieri, con la solitudine a fargli da cane da guardia e fidanzata.
Come si è ridotto così questo barbone? Non si sa. Lo sa solo lui. Solo lui conosce il suo vero nome. Solo lui sa da dove viene e chi era, solo lui conosce il suo passato, forse il presente. Forse.
Non parla con nessuno, non dice niente di lui. Il suo mondo inizia e finisce nella testa. La sua. Sporca, unta e spettinata. E il suo mondo dentro. E dentro quella testa anche la sua storia, che lo porta da qualche mese a stare gran parte del giorno seduto lì, in quell’ angolo di città, veloce, luminosa e piena di gente che corre da un punto all’ altro.
Tutti della zona lo chiamano Tito, ma così, solo per dare un nome a quell’ ammasso di stracci sporchi con qualcuno dentro.
Passa un tizio, lo guarda. – Hai fame? – Gli chiede.
Si, ho fame. – gli risponde Tito.
– Ah, mi dispiace. Sai, c’ è un panificio venti metri più giù. Comprati del pane, che se non mangi ti senti male. – E va via, convinto di aver fatto la sua buona azione.
Passa dopo qualche minuto una signora sui 50. Barbour Heritage blu, stivali neri al ginocchio. È la Vale, detta “Tiramisù”. Non si sa se è perché sa fare bene il dolce al caffè o, qualcos’ altro. Si accorge di lui perché Tito sta seduto proprio accanto a Gengar, un personaggio di Pokemon Go. E lei lo sta per catturare.
La Vale ondeggia il telefonino attorno a lui, mentre Tito invece spostando gli occhi neri la guarda e non si muove.
– E stronzo levati che perdo Gengar!- Gli urla la 50enne con lo smart tra le mani.
Tito, lo stronzo che sta seduto proprio accanto a Gengar non si muove di un briciolo. Sta lì, senza voglia di capire, pensieroso di suo. Sta tutto dentro se stesso, dentro la sua testa. Sigaretta tra le mani. Riscalda i polmoni, almeno.
– Ma che palle, barbone di merda! Ora quando lo catturo più! – grida la donna, e se ne va, con lo smart sempre saldato in mano alla ricerca di Gengar. Il mitico Gengar. Uno dei 151. Tito, che non è fra questi, getta lontano con il pollice e il medio, il mozzico di sigaretta che si è consumata da sola tra le dita senza neanche un aspirata. Chissà se lanciando la cicca ha preso il mitico Gengar in faccia o il suo compare digitale Nidoking, che una tipa di 50 anni, con l’ età buona per esser nonna, tentava di catturare. Chissà.
Nel frattempo le nuvole passano, guardano e vanno via. Non salutano mica tutte. Alcune sorridono, passano e vanno via. Altre invece, sputano un poco di pioggia sottile sulle strade e poi via anche loro. Consegnano il testimone al freddo della sera.
Passa Felice il pensionato, chiamato da tutti in Parrocchia “Lo Zio”. Cammina svelto. Cammina svelto con la sua riga perfetta dei capelli. Riga che parte dalla basetta destra e arriva con i capelli a quella opposta. Riga che parla per lui e dice: – Ho quattro peli grigi, lisci e lunghi, ma ci nascondo la pelata perché mi vergogno.-
Zio Felice guarda Tito e tutto il suo sporco coreografico attorno, ma non c’ è tempo per infilare la mano nella tasca e tirare fuori “la 20 centesimi”. Si fa un segno di croce en passant e va avanti convinto anche lui di aver fatto la sua buona azione. È svelto lo Zio. C’ è la Santa Messa da sentire alle 18. La Santa Messa in suffragio dei poveri, dei barboni, dei senzatetto, dei senza futuro, dei senza speranza, dei senza nessuno e dei senzauncazzo. Dei Tito. Svelto, o si fa tardi. Ora pro vobis.
È sera fatta, Tito è ancora lì. Genuflesso e avvolto nei suoi pensieri. Altra sigaretta accesa che si consuma, inevitabile tra le dita, senza tirare fuori uno sbuffo dai polmoni. Sguardo altrove. È sera e anche la gente torna a casa veloce. Torna veloce al suo televisore, alla pasta che si fredda, alla bolletta nella cassetta della posta, ai panni stesi da ritirare, all’ amante, al borghese e ipocrita – “Va tutto bene ma sai che non è così”, alla famiglia. A qualcosa.
Toh, eccoli lì. Gli stronzetti del muretto. Quattro, sorridenti, colorati e profumati. Si va a casa anche loro, per ritirare la paghetta anticipata e spararsela tutta al Pub, o con una pasta di MDMA, che spacca. Tutti e quattro a camminare in linea sul marciapiede. Gigio il più grande di loro tira fuori l’ I-phone di ordinanza e … – NONNOoo! GUARDA QUI!
Tito alza lo sguardo sui “4 dell’ Apocalisse”, col il loro capello a cresta standard e Gigio scatta una foto a Tito. Tre secondi ed è già postata sul profilo di faccialibro con scritto: ekko Ke succede a tifare …..
Ora Tito è su Faccialibro. Tito, con i suoi stracci logori e le sue buste molli adesso è nel mondo digitale, Tito quindi esiste. Anche se non tifa per nessuna squadra. Valanga di Like.
Risate bastarde di Gigio and bad company e via a prendere la Metro, verso casa, verso l’ MDMA.
Gli è andata bene stasera, di lusso. L’ ultima volta è incappato in un branco di nazi che gli hanno rivoltato le ossa come un guanto, a furia di calci, sputi e pugni.
Non si arrabbia più quando gli fanno queste cose, perché la rabbia è una emozione. E il tempo, è come un’ emozione che le sommerge tutte. E lui adesso, ha il tempo dalla sua.
Si gira e apre una busta che sta accanto, la più piccola. Via spago, via fili di plastica. Inizia la cena. Avvolto dentro un depliant, che spiega come diventare ricchi sfondati in un solo pomeriggio facendo trading online, c’ è un panino. Una rosetta piena di niente. Un morso alla rosetta, un’ altro morso ancora e il resto pieno di niente, è riavvolto nel depliant e infilato nel suo mondo non digitale di colore azzurro, quello richiuso con spago grosso e fili di plastica. Un sorso alla bottiglia di acqua. Fine della cena. Altra sigaretta accesa tra le dita, fa da dessert.
Sono le 11 di notte in città, e non è estate. Il freddo comanda e da ordini. Ordini perentori: -Copriti almeno con un plaid, o te la mattina non la vedi! –
E Tito esegue l’ ordine. Apre uno dei sacchi sgualciti, tira fuori una vecchia coperta da ospedale marrone con strisce bianche, poi un plaid colorato di quelli che si usano per il picnic e si copre, steso su dei cartoni che si conservava dietro la schiena. Niente buonanotte da nessuno, niente ninna nanna.
Disteso, non pensa. Tito con i suoi pochi denti, gli occhi piccoli, neri e profondi, sorride. Sorride a se stesso. Sorride dentro.
Passano come tutte le notti i volontari. Sanno di trovarlo lì. Sanno che il the che gli lasciano se lo beve tutto. Non fa lo schizzinoso neanche con il cioccolato fondente. Quelli del volontariato lo rispettano perché non ha mai dato fastidio a nessuno, non beve alcolici, non urla alla gente che passa e niente robe strane.
Giovanna col giubbotto a strisce fosforescenti in prima fila sul gruppo, come sempre. È lei che decide tutto e guai a contraddirla. Si avvicina, prende un bicchiere di plastica dal contenitore di polistirolo e lo posa accanto a lui.
– Ciao Tito, lo lascio qui, bevilo adesso che è caldo. Ti lascio anche le barrette di cioccolata e il nostro indirizzo sul bigliettino. Dopodomani passa se ti va, che ci sono gli slip e le coperte nuove. Che ti fai anche la doccia! ‘Notte. –
– Ciao, grazie. – Gli risponde, prendendo il bicchiere di plastica caldo con tutte e due le mani e bevendo in un fiato. Ma lui non ci va mai al Centro, non c’ è stato mai.
3 e 40. La notte è fonda come un pozzo artesiano e a quest’ ora si sente il solito passo morbido del Pennellone. Il Pennellone è un industriale che vive fuori città. Ricco, molto ricco. Assai. È alto e secco. Tre quarti del suo corpo è costituito dalle gambe. 47 di piede. Ma non è un problema perché è proporzionato alla sua altezza. Due metri. Due metri e non un centimetro di più, non uno di meno. Un giorno si e l’ altro forse, va a trovare la sua amante di notte. Gli ha comperato casa proprio dietro i portici. Gliel’ ha arredata tutta in bamboo, midollino e rattan, che sembra di stare in una villa dei tropici, ma al terzo piano e a -10 gradi sottozero.
Una sveltina e andersen. Un giorno si e l’ altro forse.
La moglie dell’ industriale lo sa della tipa e non gli frega niente, perché pure lei un giorno si e l’ altro forse, la notte ha il suo, di tipo. Ma dall’ altra parte della città. Fanno il paio. E tutte le notti che il Pennellone va a trovare la sua tipa, passa dai portici dove sta Tito. Lascia sempre la macchina di fronte a lui. Così, se tentano di fregarla, sa che una persona che non esiste per nessuno tutto il giorno, può far da impiccio per i ladri e magari da testimone. È utile Tito. Tito l’ antifurto. Il Pennellone mentre si abbottona il cappotto si avvicina, lo guarda avvolto in un groviglio incerto e spiegazzato di coperte.
– Ah! Sei sveglio. Per forza, con questo freddo come cazzo fai a dormire qui!? Perché non ti trovi un lavoro? Così guadagni qualcosa e ti affitti un posto dove stare. Dico, anche per te, per tua dignità. Se scarichi l’ app “www.trovolavorointresecondi.it/app/” sul telefonino, magari gli mandi un curriculum e ti prendono. Sciaooo!-
E gli lascia sulle coperte una banconota da 5 euro.
– QUIK QUIK! – Suona l’ immobilizer dell’ auto, il Pennellone apre la portiera della Koenigsegg grigia e, data un’ ultima occhiata al terzo piano dell’ alcova finto tropicale entra in macchina. Via, sgommando verso casa, verso una moglie che ancora non c’è, sgommando verso i vasi di Murano in bella vista sulla consolle, le tele di Burri e Arman incorniciati sulle pareti del salone, le lenzuola di seta nella camera da letto dall’ odore di mandorla e dal sapore di vuoto umano, vuoto trasformato in lussuosa comodità.
È quasi l’ alba, sono le 6 e incominciano a gironzolare per le strade le prime persone. Nel portico cartoni a terra, coperte raggomitolate e sacchetti di plastica pieni di roba molle accanto.
Ma Tito non è sotto le coperte. Non ci sta neanche sopra. E nemmeno il bicchiere vuoto del the. Sopra invece, c’ è ancora la 5 euro lasciata dal Pennellone e un pacchetto stropicciato di sigarette, quasi pieno.
Piove di brutto. Sotto il portico no. Amen.

QUI ÊTES VOUS?

Trovo profonda tristezza nel vedere tante persone, che tempo fa sbandieravano con orgoglio a “tout le monde” il loro: JE SUIS CHARLIE. E adesso stanno ad arrabattarsi per giustificarsi, e quasi a difendersi da quel che prima erano (si sentivano) e ora non lo sono più. Non lo sono più per via di scarabocchi anti italiani che affogano nella banalità del pizza-pomodoro-mafia, nell’ orrendo tentativo di camuffarli in satira deridendo i morti, per vendere qualche centinaio di copie in più di un giornale di satira.
Per fortuna, l’ Italia, che secondo l’ opinione mondiale standard, si ritiene affogare nella mafia a suon di lupara e mandolino, è ancora un paese civile. E pertanto, considerando e concedendo la doverosa libertà di espressione, nessuno del Belpaese si sognerà completare l’ assurda e malvagia opera, dei fanatici dell’ ISIS. Neanche a pensarlo.

Ma adesso … Qui êtes vous? Chi siete voi?
Je suis Charlie, per comunanza e solidarietà significa essere irriverenti, stronzi e far male con i disegni. Ora che Hebdo si rivolta contro gli italiani, colpiti nel dramma umano, non lo si è più Charlie? Non conviene più abbracciare questo partito preso? Non piace più la volgarità? Ci si doveva pensare prima.
Lassàte pèrde. Essere se stessi è già una fatica immane, non conviene e non c’è motivo d’ essere altro/i. Si crea e resta solo confusione. Inutile, populistica.
Essere se stessi. TENTARE DI ESSERE SE STESSI NEL MIGLIORE DEI MODI, questa è la sfida per ognuno di noi, per ogni giorno che spunta in terra. Senza il “bisogno” di correre dietro a mode e stati d’ animo dettati da altri, da rabbia, da pancia e odio.

SIAMO

Siamo poesia,
siamo emozione
in cerca di qualcuno,
di qualcosa.
Sempre.

Siamo carne che muove se stessa
pesante e rarefatta.
Normalità: anacronistico paradosso.
Siamo gabbie con l’ universo dentro,
siamo l’ adesso
che minaccia il presente,
che imperversa il domani.
Forse.

Siamo la virgola, il punto,
l’accento e l’esclamazione
di vive parole, perdute nel tempo.
Cangiante meraviglia,
indifferente tragedia
il tutto dentro il niente.
A volte, mai.

Siamo la noiosa
uguaglianza dell’ equazione,
vibrazione in bilico
tra forma e sostanza.
Siamo folla danzante in questo palco-mondo.
Applausi.
Dormire.

BUIO

Quello che vi sto per raccontare non dovrebbe accadere a nessuno. Nessuno.

Poso il libro sul comodino, il clic dell’ interruttore che spegne la lampadina e … e buonanotte.
Buio, BUio, BUIo, BUIO.

NERO TOTALE
Mi sveglio di soprassalto. Apro gli occhi e … buio. Buio totale, mai visto prima un buio così oscuro e nero. Non sono nel letto, non so proprio dove sono. L’ unica sensazione è che mi sento sospeso nel vuoto, nel buio più totale. Guardo a destra e sinistra, ma niente. Sempre buio. Dove mi trovo? Mi tocco il corpo, le braccia e le vedo. Vedo le mie gambe e i piedi. È strano, vedo il mio corpo ma non vedo in questo buio totale la luce che mi illumina. Deve esserci una fonte di luce, un sole, una lampadina da qualche parte, ma non c’ è. Come è possibile? Sono nell’ oscurità e comincio a provare sensazioni inquietanti, anzi l’ inquietudine sta nel fatto che non ho sensazioni. Mi sento sospeso nel vuoto, ma non sento niente, non respiro, non vedo se non me stesso, non c’è niente attorno a me. Nel silenzio assoluto, dovrei almeno sentire il battito del cuore, ma niente. Non ho battito.
AIUTO! AIUTOOOOO! DOVE SONOOOOO! Grido, ma non sento niente. Non sento niente perché dalla mia bocca non esce aria. Non c’ è niente attorno a me, quindi non è possibile gridare o parlare, non serve a niente. Niente aria … niente voce. Sono nel vuoto assoluto. Comincio ad agitare le mani, ma non avverto nessuna sensazione di aria che si muove. Ancora effetto strano, perché se mi trovo nel vuoto assoluto, dovrei esplodere in mille pezzi in quanto non c’ è pressione e gravità. Sono integro, ma la sensazione è quella di essere nello spazio profondo e chissà dove. E soprattutto chissà come.
Provo a ragionare: non vedo un cazzo se non me stesso, non sento, se non la percezione del mio pensiero. Non respiro. Attorno a me il niente, manco l’ aria.
Cazzo allora sono morto!
Questa è la morte? No. Ma quello che viene dopo, forse si. Ma sono morto? O magari sono in coma? Ma se mi sono coricato nel mio letto in piena salute! Ok ci sono. Forse un terremoto devastante che ha distrutto tutto e sono passato direttamente dal sonno alla morte. Non lo so. Non è che mi interessi molto quello che è successo, ma quello che succede, cioè ora, adesso. Provo a gridare nuovamente. Stesso risultato. E non c’è niente e nessuno.

Riprovo a fare il punto sulla situazione: dunque, se sono morto, cosa probabile, non sono l’ unico che muore, quindi ci dovrebbe essere qualche altra persona (miliardi) nelle mie stesse condizioni. Ma non si vede un cane. E neanche si sente. Non vedo, non respiro, non sento il mio battito, vedo solo me stesso illuminato da chissà cosa. Tra l’ altro mi sento bene. Praticamente sono un vegetale in perfetta salute. Dovrei provare a ridere. Ridendo i polmoni e la membrana pleurica si contraggono in uno spasmo involontario. Almeno per vedere se c’è aria e in che posto o dimensione mi trovo. Ma proprio non ne ho voglia e niente adesso, riuscirebbe a farmi ridere.
Mi metto due dita in gola per provocarmi il vomito. Niente. Allora non c’è proprio aria o qualsivoglia gas attorno a me. Sono nel vuoto assoluto e rimane la domanda sul perché non esplodo in assenza di gravità. Ritorna la risposta inquietante di prima. Sono morto. E se sono morto, sono cazzi. Ma cazzi brutti, perché dopo la morte o c’è l’ Eternità o il nulla. Cogito ergo sum. Speriamo che questo detto non sia una baggianata, perché se ci sono io , allora il nulla non c’è. Quindi per esclusione, sono dentro l’ Eternità. Ma solo come un cane. E sinceramente passarla così l’ Eternità, mi rompe un tantinello i cabbasisi. Dormivo tranquillamente e puff … non c’ è più niente. Sono sveglio, so di esserlo. Sono e mi sento lucido mentalmente. Non è un sogno, almeno credo, ma se lo fosse è fatto talmente bene che la mia fantasia e la mia parte onirica, si meritano una standing ovation di tre giorni. Giorni, già. Da quanto tempo sono qui? Perché la sensazione del tempo la avverto. Quella si, la sento attraversare la mente, la percepisco. È cosa buona e positiva? Vedremo. Intanto devo capire dove sono e anche “cosa sono”, visto che non c’ è niente che mi avvicina a quello che si può definire essere umano, se non il pensiero..

Provo a nuotare in questo nulla. Stile rana, è quello che mi viene naturale in questo frangente. E in che direzione nuoto? Qualsiasi direzione prendo, si può dire che è ovunque. Conto le bracciate. 10, 20 … 100. In mare o in piscina avrei dovuto avvertire un senso di stanchezza a questo punto. Niente. 540 bracciate nel nulla e non sono neanche stanco. Mi sembra tra l’ altro di non essermi mosso per niente da dove sono, o da dove ero. Non posso dire fatica inutile, perché la sensazione strana è che non sono appunto stanco, ma tempo perso, si, questo lo posso dire. L’ unica cosa che avverto è il tempo. Ed è un paradosso. L’ unica cosa che avverto è una cosa astratta. Almeno, nel mondo, nella dimensione di prima era così. Ora no.
Vuol dire che sono morto oppure, oppure che mi trovo in un’ altra dimensione. Ma non c’ è nessuno. E il tempo passa. A nuotare in questo nulla silenzioso non ci penso più. Non so più da quanto tempo mi trovo in questo infinito. Non ho fame, sete e neanche sonno. Non sono stanco, ma credo che siano passati almeno due giorni da quando mi sono risvegliato in questo chissà dove. Mi accarezzo il viso. Neanche la barba è cresciuta. E comincio a provare inquietudine. Perché il Paradiso di sicuro non è. Qualsiasi religione lo descrive come qualcosa di soave e positivo. Qui non c’ è niente di tutto questo. Anzi, non c’ è niente. È l’ inferno allora? Sempre le religioni lo descrivono come qualcosa di negativo. Ma non soffro e fisicamente mi sento bene, sempre se quel che sento è uno stato fisico o la sua parvenza. L’ unica cosa negativa è l’ inquietudine generata da questo nulla. Il Purgatorio del cattolicesimo non è neanche, perché ero convinto che il mondo in cui vivevo, questo si, era il Purgatorio.
… Vivevo. Cazzo, ragiono al passato. Se voglio uscire da questo “dove” devo almeno ragionare al presente. Non so perché ma da più ottimismo che ragionare al passato. Io sono e mi sento vivo! È che non sto vivendo. Non c’ è nessuno e mi sono stancato psicologicamente di stare così. Minkia se questa è l’ Eternità, fanculo all’ Eternità. Meglio vivere solo venti anni e poi basta, che stare così per milioni di anni e oltre.
Provo a affogarmi con le mani al collo. Niente, come prima. Mi mordo le braccia stringendo i denti a più non posso, ma non si stacca niente e non sento dolore.
Vorrei dormire un poco, solo per distrarmi qualche ora da questo nulla, ma non ho sonno. Neanche chiudendo gli occhi. Non ci riesco. Proprio non ho sonno. Non so più da quanto tempo sono qua dentro, non so più dove sono. Aiuto. Grido dentro me. Aiuto.

Prego. Non mi resta altro, per cercare di reprimere la noia di questo nulla. Neanche posso cantare. Provo a farlo nella mia mente, ma non serve a niente, poi stufa. Voglio tornare nel mio mondo. Qui non c’ è nessuno, e sentire strombazzare una macchina che passa a tutta velocità, in questo frangente sarebbe una meraviglia. Non desidero neanche niente. Che so … una sigaretta, una fetta di torta, un bicchiere di Daniel’s. Niente. Niente che dia soddisfazioni o gratificazioni fisiche. Leggerei volentieri un libro o farei le ore piccole con qualche amico. Questo si, perché sono gratificazioni mentali.
Credo che è passato almeno un mese in questa gabbia infinita fatta di nulla.
Secondo il mio “orologio interno” a quest’ ora dovrei avere la barba più lunga di un fachiro indiano e le unghie come una drag queen. Ma forse è andato in malora pure il mio orologio interno e i cicli circadiani.
Riprovo a muovermi, devo andar via da qui. Conto le bracciate e vado a cazzo, dove capita. Se sbatto la testa in qualcosa e mi si rompe, è tutta felicità. Ancora non riesco a capire come è che vedo il mio corpo e lo sento al tatto, senza che ci sia una fonte luminosa. Credo che se risolvo questo quesito, risolvo tutto il problema in cui mi trovo. Spero.

Avrò “nuotato” per giorni in tutti gli stili possibili, senza vedere neanche un granello di polvere, ora basta. Ho capito. Ho capito che devo aspettare: cosa? Non ne ho idea. Aspetto. Che altro posso fare? Aspetto che succeda qualcosa. Aspetto che succeda “qualcuno”. Mi distendo sospeso nel nulla allargando braccia e gambe e aspetto. Senza pensare. Senza pensare a nulla. Il nulla nel niente.
Saranno passati anni, almeno mezzo secolo e sono ancora qui, nel niente. Mi manca il tramonto, mi manca la pioggia, mi manca pure quella sciocca umanità cazzeggiante, cattiva, avida, impaurita, e che vive soppalcata, malgrado tutto lo spazio che ha a disposizione. Ne facevo parte. Mi mancano le grida dei bimbi che giocano nel cortile, il sorriso della cassiera all’ ipermercato, l’ odore del rosmarino. Mi manca uno straccio di foglio di carta, su cui scrivere le mie sensazioni o una stupida poesia. Mi manca pure prendere la scossa elettrica come quando cambiavo i fili del lampadario senza togliere la corrente. E non ho fame, non ho sete, non ho sonno e non ho freddo. Non ho niente. Sono libero da tutti e tutto. Sono libero. È questa forse la LIBERTÀ? Un limbo?

D’ improvviso mi sento piegare quasi in due, come se un uragano mi travolgesse in mezzo al mare con un boato. Mi ritrovo nel letto. Sveglio, seduto sopra come un capo indiano. Mi accarezzo il viso, niente barba. Accendo la luce del comodino. Clic. Luce. Cazzo che sogno! Anzi, che incubo. Me lo ricordo tutto. Scendo dal letto a piedi scalzi con un salto, ricado. C’ è gravità. Mi pungo con uno spillo. Esce una goccia di sangue, mentre sento un lieve dolore che si trasforma in immensa gioia.
Respiro profondo.
Sole.
Grida di bimbi nel cortile.
Caldo.
Caffè.