APPUNTI DI MORTE URBANA

Mi guardo allo specchio, mi sistemo i capelli con le mani, mi aggiusto il colletto e prendo le chiavi. Esco di casa per andare a sbrigare le mie cose quotidiane, e invece non ci torno più. Sono in strada, si sente come un tuono. Resto lì per terra. Disteso, come capita. A pancia sotto, o con occhi spenti verso il cielo, oppure di fianco. E sangue attorno. Urla e grida. Alcuni girandomi intorno, mi riprendono con il telefonino. Andrò su Youtube. Poco dopo, qualcuno mi copre con una tovaglia del ristorante qui di  fianco stesa addosso. Buttata velocemente sopra di me, per una pietas che ha perso il suo senso, o che non si riesce oggi a interpretare. Si, sto lì. Non so per quali motivi, se per un conflitto a fuoco, per un malore, per incidente stradale ( incidente già implica una casualità, ma ne esiste molta di meno, tra un ubriaco al volante e una vita persa).
Qualcuno passa e guarda, qualcuno passa e non guarda. Altri si fermano e poi vanno via, altri ancora scuotono la testa o si mettono le mani nei capelli. Inizia il valzer delle emozioni spontanee. Chi scappa, chi fugge dalla propria paura più che dal terrore. Chi arriva. E intanto io resto ancora lì. Fermo, immobile. Arriva un medico, controlla, ma non c’ è niente da fare. Non vivo più. Devo solo aspettare che mi portino via.
Sirene. Un’ ambulanza inutile, le gazzelle e le pantere. Transennano la strada e le vie adiacenti. Poi i rilievi. Rullina metrica, foto, le letterine sui punti importanti, messi da quelli vestiti di bianco. Una qui, una là. Tracce di gesso. La strada si trasforma in una discoteca monocolore. Blu. Quella dei lampeggianti blu. Gente attorno, tanta. Sta lì, a vedere che succede. Gente che mi guarda. Ma non guarda me, guarda il lenzuolo. È quello che adesso mi rappresenta. C’ è un gelo che non si sente, un fastidio che non si avverte e nessun rumore. Non sento rumore. Ancora gente che guarda, agenti che parlano con la Centrale, qualcuno scrive. Altri col microfono. È successo qualcosa di grave. C’ è un morto.
Arriva il furgone dell’ obitorio. Si apre lo sportello di quello che diventerà il mio taxi. Sono finiti i rilievi, mi prendono per le braccia, i bordi dei pantaloni e mi mettono dentro un bossolo di metallo. Chiuso lo sportello del furgone mi portano via. Via da quella strada, per andare a finire dentro un altro buco di metallo: l’ obitorio. Poi forse uno di terra o di marmo. Per sempre.

Non so come sono morto, mi ricordo solo che era quasi sera, andavo a comperare il pane.

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