GENTE QUALUNQUE 1

La storia possibile di gente più che probabile

Vicino Padova. Anno di Grazia 2001.

Quel pomeriggio non avevo proprio niente da fare, tenevo la radio accesa, ma dopo quasi due ore passate a bighellonare con la manopola della sintonia, ho staccato la spina. Anche perché trasmettevano programmi così fricchettoni e abbottonati che era meglio leggersi le didascalie del fustino della lavatrice. Così mi misi a guardare fuori dal balcone ricordando che c’ era il sole, dei bambini che giocavano con il pallone nuovo regalato per Natale sul lastricato della piazzetta centrale del paese, e delle stupide campane che suonavano. C’ era anche Don Mario il prete, che giocava con loro (i bambini, non le campane) e li rincorreva. Chissà perché, ma i preti li immagino sempre malandati con la tonaca nera consunta, lunga e le scarpe rotte!!. Mentre Don Mario, che veste con abiti firmati, dice sempre che è più facile che un cammello entri nella cruna di un ago, che un ricco nel Regno dei Cieli, dimenticandosi della collezione di tappeti iraniani antichi, dei quadri a olio di Guttuso e delle colonne di alabastro grigio che tiene a casa sua, dietro la canonica. Si sentiva in quel pomeriggio, anche un intenso odore di legna bruciata, che usciva dai camini delle villette dei nuovi borghesi arricchiti, che dava all’ atmosfera quel non so che di borgo medioevale.

Ad un tratto alcune persone, uscirono in strada, ancora ghiacciata dalla neve dei giorni prima, e si misero a ballare e a far casino. Per la curiosità uscii anche io, facendo le scale a cinque per volta, rischiando quasi di rompere il corrimano di mogano scuro, convinto che era finita la guerra degli americani contro quei poveri straccioni degli afgani. Chiesi appena uscito dal portone, ad un tipo col viso di chi ha bevuto molta grappa, sui quarant’ anni ma portati molto male, – “Ma cosa è successo ?” Questo diceva, quasi sorridendo e con accento padovano impronunciabile, che era arrivato l’ EURO e che si festeggiava il dolce requiem alla Lira. Già,la Lira. Tre quarti di Italia ha sudato pure i denti, si è scannata o ha fatto carte false per averne un poco o molti nelle tasche, e adesso che sta per togliere le tende da banche e borsellini, appare un nome così ridicolo che sembra giusto vergognarsi. – “Ma sì!” Pensai. – “I soliti famigerati tre quarti continueranno a fare quello che hanno sempre fatto con l’ EURO.”

Intanto il sole continuava a splendere. Unico e solo in quel cazzo di cielo stranamente con poche nuvole. Si, mi guardai attorno e mi accorsi che era maledettamente bella quella giornata! Uno di quei giorni in cui si vorrebbe fare mille cose, mille progetti e poi ancora dell’ altro, oppure starsene  stravaccato sulla sdraio nel giardinetto dietro casa, strappando con le unghie sporche di gelato, il Corriere della Padania per farne coriandoli e mandare tutto e tutti affanculo. Il vento invece, non era il solito vento bastardo, che  graffia la pelle e arriva fin nelle ossa fino a frantumarle. Era sornione, come il classico vecchio gatto disteso sul bracciolo del divano della anziana zia, che ha sempre la torta pronta per i nipotini. Anzi, quel vento era dolce e secco come la torta. Sulla strada di lontano, poco dopo la rotonda, si scorgeva Giovanni il calzolaio detto “el barbun”,che tornava da bottega sulla sua bicicletta scassata e macchiata di solvente. E pedalava piano. Pedalava piano perché era stanco e non gli funzionavano i freni, e per frenare si buttava da un lato strisciando i piedi sulla pista ciclabile tra un – “Dio can!” e un – “Santa Madonna!”, sperando di non farsi male mentre cadeva sull’ asfalto freddo, tra le risate dei camionisti ubriachi fermi davanti al portichetto dell’ osteria. Tutto intorno era di case antiche e screpolate, ma non in rovina. Circondate da tanto verde ben curato e da piccoli fiumiciattoli, con la strada principale che divideva il paese in due. Sara, la matta sclerata cercava, gridando solo lei sa cosa, di fermare con un ombrello più rotto che sano, le macchine di passaggio che andavano veloci. Veloci forse, per uscire subito da questo piccolo centro di gente semplice ma idiota.

E poi ricordavo ancora di quel sole. Non dimenticherò mai quel sole fiammeggiante, che dava ai caseggiati e alla campagna un aspetto particolare. Sembrava che l’ orizzonte fluttuasse tra i campi di mais. Ora si allargava, ora si restringeva in un gioco di chiaroscuri indefinito, quasi a creare delle ombre cinesi che partivano dal campanile fino alla vecchia casa colonica diroccata, dove si dice vi sia il fantasma di un ufficiale tedesco della Seconda Guerra Mondiale, impiccato sulla quercia accanto al granaio, dagli Alpini della Brigata Piave e che ogni tanto mette il pepe al culo alle coppiette che vi si imboscano. Ad un tratto senza avvertire, arrivarono le nuvole di quelle toste e il cielo di botto si fece tremendamente scuro. Rientrai in casa e finii di bere le ultime lacrime di un caffé ormai freddo, che avevo dimenticato sul tavolo prima di uscire. Ma non mi ricordavo proprio che giorno era.

Un giorno che se si prova a spulciare nei perversi ghirigori della memoria non lo si trova nemmeno a dargli fuoco. Eppure adesso è lì. Teso come un’ aquilone nello scirocco, tra un giorno e l’ altro. Uno di quei giorni che non contano e che svaniscono, ritornando nella loro tana per rispuntare nuovamente quando ci si accorge che spesso le cose stupide, semplici e a volte noiose sono il pane quotidiano del vivere. Stanno lì questi giorni, maledetti e introversi. Pronti a saltar fuori quando meno li si aspetta, in tutta la loro meraviglia.

Meraviglia fatta di tutto e di niente, a volte grottesca, a volte incapace di essere persino se stessa. E sono tanti. Sono davvero tanti. Non vale nemmeno provare a contarli, si finirebbe solo per ubriacarsi di quel vino chiamato presunzione. Il bello (o il brutto, la si veda come pare) è che ognuno ne possiede un bel campionario. Tutti diversi come impronte digitali, ma qualcuno anche uguale.

Ecco. A me, uno di questi è rispuntato fuori all’ improvviso. Girava come una trottola nella testa. Eppure stava lì. Fisso come una stella nelle limpide notti d’ agosto. Sempre presente in ogni momento del giorno, irrequieto come un bimbo che vuole attenzione. E poi d’ improvviso ci si sveglia e ci sembra tutto diverso e sfocato. Oppure al tramonto, che i colori sono limpidi e freschi. Comunque, neanche a dirlo ed è già sera. Piove, tanto per cambiare menù. E tutti per strada corrono. Dove corrono ? Dove vanno ? Lo sanno solo loro.

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