GENTE QUALUNQUE 2

La notte è umida, non riesco a prendere sonno. Mi rigiro tra le lenzuola ma non c’ è proprio verso di dormire. Accendo una sigaretta, e la lascio consumare tra le dita, al buio.  E penso. Penso che deve essere più inutile di un carabiniere in Paradiso, ma finita la cicca riprovo a dormire. È scuro come la pece attorno a me, ma riesco a vedere le piccole lancette fosforescenti della sveglia che segnano le tre e quaranta. E ne spunta un’ altro. Come un coniglio che salta dal più classico e banale cilindro del prestigiatore di turno. Eccolo lì, a fare concorrenza a quello di prima. Il ricordo di questo giorno però è strano forte.

Ero tornato dal lavorare da mezzora, non di più, e già avevo preparato tutto quello che serviva per mandare a quel paese il mondo ed entrare nel mio. Non che il mio fosse un altro pianeta, ma lo stesso visto e piaciuto in modo differente. Avevo preparato tutto, mancavano solo le mie cazzo di sigarette. Mi fermo con la macchina vicino casa, per prendere le sigarette; scendo, ma vedo l’ insegna accesa del bar e passo prima di lì per le gomme da masticare, che tengo sempre in macchina. Anche quelle mancavano all’ appello. Ci compro spesso le gomme da masticare in questo bar. Le uso al posto del clacson. Nel senso che invece di fare chiasso o mandare qualcuno dove non batte il sole, mastico per stemperare la tensione, quando guido. Mastico molto in macchina, tanto che adesso ho le mascelle come due ganasce, ma in compenso non so neanche se mi funziona il clacson. Meglio così. Comunque, entro in questo bar, con una luce così fioca che pareva una stanza pronta per piangere il morto, e vedo il solito barista dietro il banco che serve un caffé ad un tipo del posto che bazzica sempre da queste parti. Questo tipo sembra nato con la barba di tre giorni, sempre incazzato e con un senso della comunità cosiddetta civile, pari allo zero virgola niente. Stavo andando via dopo pagato, quando sento urla da questo tipo rivolte al barista:
– “Questo secondo te è un caffè?  Ti avevo detto di farlo lungo come il mio cazzo ! Rifallo coglione!”
Vedo il barista che guarda il proprietario ciccione seduto alla cassa, e questi fa solo un piccolo cenno con la testa. Lento movimento del capo rivolto al barista, mentre al contempo con una smorfia quasi di noia, socchiude leggermente gli occhi . Piccoli gesti, ma che rappresentano quasi un manuale di filosofia.
Praticamente: -“Rifai il caffè e ce lo togliamo dai piedi, tanto non saresti capace di menargli per come si merita. come se gli hai fregato, con un caffé fatto male, la sua parte più profonda di dignità. Dignità tra l’ altro, che si è giocato alla lotta dei suoi cani che usa per fare i combattimenti clandestini vicino i capannoni dimessi della zona industriale. Sono quasi le nove e fra un poco chiudiamo baracca. Rifallo senza storie e amen.”
Neanche questa volta il barista disse nulla. Con lo sguardo basso gli rifece il caffè, che magari faceva più schifo di quello precedente, ma che lo stronzo gustava di più per il piacere di avere sottomesso alle sue urla il malcapitato, davanti i suoi tre amici. E io che guardavo attonito il barista silenzioso. Lo vedevo ogni tanto in zona, perché abitava due isolati più giù. E lì di costui, ho capito alcune cose che mi erano sempre sfuggite, prima. Questo barista, con la classica pelata di cinquantenne, secco  e di pelle ruvida, gli occhi grigi strabuzzati, dietro al bancone non l’ ho mai sentito parlare. Mai. Non lo conoscevo molto tra l’ altro, soltanto di vista, ma sapevo che aveva un figlio, un unico figlio, che era un povero ritardato di mente. Viveva solo per lui, perché la moglie ha tolto le tende da questo mondo tanti anni fa per via di quello che molti chiamano un brutto male, ma che tutti sanno chiamarsi senza tanti pudicismi, tumore. Il classico quadretto triste di una Italia ancora più triste. Fuori dal suo lavoro, era sempre col ‘su figliolo. E ci parlava con suo figlio, ci parlava tanto, anche se non doveva essere un dialogo molto interessante. Ma quando parlava con suo figlio, che a malapena utilizzava un vocabolario di venti parole, quegli occhi strabuzzati si riempivano di buono, e quasi gli parlavano anche quelli. Il figlio, di venti anni circa, purtroppo era proprio incapace di intendere e di volere, ma sembrava per il barista che questo suo figlio fosse un premio Nobel. Se lo portava sempre appresso, fuori dal lavoro. Qualche volta lo vedevo al cinema, altre volte in pizzeria, o semplicemente per strada, ma sempre e solo con suo figlio. Al bar zitto.
– “Con voi non ci parlo, ho mio figlio. Mi basta.”

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2 pensieri su “GENTE QUALUNQUE 2

  1. Forse perché parlando con il figlio si sentiva parte integrante della sua vita e nello stesso tempo più capito, visto che molti si divertono a trattare gli altri come zerbini per pulirsi i piedi, vedi il cliente del bar che ha goduto nel trattarlo malissimo solo per pura soddisfazione personale e per fare il gradasso davanti agli amici.

    Gente qualunque.. mi piace questo titolo, perché sa di vita vera, di quelle persone che paiono trasparenti per molti ma che alla fine probabilmente sono migliori di tanti altri che vengono considerati tali.

    Ciao, Pat

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