GENTE QUALUNQUE 3

Autunno 2002. Vivendo e lavorando entrambi in zona, si decide con mia cugina di andare domenica a vedere la Mostra Internazionale di Architettura a Venezia. Era una occasione da non perdere, soprattutto per il Padiglione USA. Era dedicato ovviamente all’ attentato alle Twin Tower. Ancora fumavano e già avevano portato qui in Italia dei pezzi d’ acciaio delle strutture risparmiate dalla liquefazione. Per farle vedere, per metterle in mostra. Non per quello che erano, ma per quello che rappresentavano. Anche il padiglione francese, dalle recensioni sulle riviste di settore prometteva bene. Insomma, cose interessanti da vedere ce ne erano: Alvaro Siza Vieira, Renzo Piano, Tom Kovac, Frank O. Gehry e molti altri Architetti famosi. La crema chantilly del progettare stava lì, in bella mostra. A Venezia. Che c’ era di meglio? Macchina fino a Mestre, treno e infine lo spettacolo della Città lagunare. Battello che porta fino all’ Arsenale e le Corderie, dove l’ enorme ingresso rosso faceva da sfondo a una giornata che si preannunciava particolare.
– Cos’ è non ti senti bene? Sei pallido. Disse mia cugina seduta di fronte a me sul battello.
– Mah, non so. Risposi. – Credo che prima di entrare alla Biennale è meglio che trovi un bagno. Ho disturbi di stomaco.
Sbarcati dal battello riuscivo a malapena a reggermi sulle gambe. No, non stavo per niente bene. Chissà che cavolo sarà stato, deve avermi fatto effetto il mal di mare, ma mi sentivo le budella come un Rave clandestino in pieno Girone dantesco. Sensazione di vomito e necessità di andare in bagno. – Si, non credo di sentirmi bene. Le dissi.
– Lì c’ è un bar, devo proprio andare in bagno. Fai una cosa per favore. Per me prendi delle caramelline a menta se ci sono, tu ordina quello che vuoi nel frattempo.
Entriamo nel bar, salutiamo. – Scusi, ho bisogno di andare in bagno.
– Il bagno è guasto, mi spiace. Risponde un tale dietro il bancone mentre puliva dei bicchieri. Neanche a farlo apposta, si sente lo sciacquone del bagno in funzione e tempo due secondi uscire un giovane, con il mocio appena usato tra le mani. Con la porta aperta, si vedeva che era appena stato lavato a terra.
– Pare che il bagno funzioni, io vado. Dissi al tale dietro al bancone.
– Se le dico che è guasto e guasto! Non funziona!
– Ho capito, lei non mi fa andare in bagno perché è stato lavato da poco, ma io non mi sento bene. Magari dopo prendo il mocio e ripulisco io il pavimento dai segni delle scarpe, non si preoccupi.
– Senti terronia, vedi di non insistere. Ribattè in modo deciso e facendo gesto eloquente con le mani per farmi andare via. Aveva notato il mio accento del Sud. Ed io volevo prendere una sedia e tirargliela in testa, ma stavo proprio male, non avevo proprio forze neanche per lamentarmi. Usciamo dal bar, ma pensavo: – ma guarda sto stronzo! Non è un capriccio, io mi sento proprio male, se non vado in bagno rischio di svenire qui sul selciato. Razzista di merda.
Mia cugina, che la forza di incazzarsi la teneva, mi accompagna fuori lanciando improperi e maledizioni al pulitore di bicchieri. Mi siedo su una panchina. Mentre lei vede due Carabinieri. Li avvicina, spiega loro la situazione. Rispose uno con aria annoiata: – Guardi, il proprietario non può rifiutarsi. Faccia una denuncia alla Stazione più vicina, così gli passa la voglia di fare il furbo.
Gli dissi ancora seduto, come un sacco di patate sulla panchina. – No grazie lo stesso, buongiorno. E vanno via. Ma in questa frase si nascondeva il seguente discorso: – oh Carabinieri che non siete altro! Ho bisogno di una toilette, non di un Magistrato!
La visita alla Biennale era al momento perduta, ma avevo altro a cui pensare. E stavo sempre peggio. Non riuscivo però a capire adesso, se dovevo vomitare per il mal di mare o per il trattamento subito.
– Vaffanculo! Devo andare in bagno! 
Provo a ragionare se ci riesco. Dunque, tornare indietro con il battello non se ne parla proprio, c’ è da aspettare almeno un’ ora. Altri locali in zona non se ne vedono. Per il bagno della Mostra c’ è da aspettare mezzora di fila in piedi e nessuno mi dice che non trovo lo stesso dentro. Niente da fare, devo tornare indietro per trovarne uno. A piedi.
Bianco come un lenzuolo di vergine e sudando granita dalla fronte, mi trascino sino al bar più vicino, anzi meno lontano. 500 metri. L’ avevo notato dal viaggio in battello dell’ andata e so che c’ era. Ci doveva essere, ci doveva essere. Raccolgo tutte le mie forze residue, nei nervi, nelle ossa e nel sangue. Mi alzo. Ce la devo fare. Soddisfazione di vedermi a terra svenuto, non ve ne lascio, brutti stronzi del Bar del cazzo. Mai la laguna fu tanto insignificante per me. Eppure stava lì, alla mia sinistra, mentre gli passavo accanto, in tutto lo splendore di una giornata senza nuvole. Fatti altri 200 metri, c’ era pure un battello-ambulanza di colore rosso scuro ormeggiato al molo, come un avvoltoio. Ci faccio un pensierino. Male che vada se svengo, quello sta lì. Lo tengo d’ occhio, non si sa mai. Ma non è situazione da tirare le cuoia. Solo un mal di mare ben fatto, che ha raggiunto il suo estremo. Vado avanti. Mi veniva anche da ridere per una situazione tragicomica, che non aveva mai fatto parte delle mie esperienze. Mai capitata. Ma c’ è sempre una prima volta. Oggi tocca a me e la devo affrontare. I metri da fare tornando indietro, diventano come pietre ai piedi. Vedo una insegna lontana.
– BAR -.
Se arrivi fino a lì non hai problemi, pensavo. Stringi i denti e cammina, coglione. Stringi i denti e cammina.
– Oh cugina! Gli dico ridendo. – Se mi dicono anche qui che il bagno è guasto, me ne fotto e stavolta gliela faccio sui tavoli, poi succeda quel che deve succedere.
E con questa specie di battuta riesco a farla sorridere, anche perché le si stava trasformando la preoccupazione in paura. Paura che svenissi lì, in mezzo alla strada, lontano da persone e luoghi familiari. Non era un problema facile da affrontare. Entriamo. Non saluto, non ho tempo. Vedo l’ etichetta con l’ omino nero. Apro la porta del bagno con dolori indescrivibili. Mia cugina aspetta fuori per ben 35 minuti, tra un caffè e una minerale. Bastava questo per staccargli un biglietto omaggio nelle gradinate dell’ Eden e godersi lì, un Week end andata e ritorno da me spesato, “all inclusive” tutto per lei. Si consola nel frattempo ammirando il paesaggio che circondava il molo pieno di gondole, e l’ architettura del posto. Ogni tanto bussava per chiedere se stavo meglio. Esco, sto meglio, quanto meno riesco a camminare in modo decente. Quanto basta per fare mesta retromarcia e tornare come un cane preso a calci, nella sua cuccia. Zitto. In silenzio, ricordandomi dello stronzo razzista di quel locale vicino l’ ingresso della Mostra di Architettura. Ma avevo promesso a me stesso che ci sarei tornato a vederla. Avevo promesso.
Dopo un mese ci tornai, da solo. Stesso tragitto, stesso tempo in fotocopia. Ma stavolta sono in ottima forma. Avvicinandomi all ingresso della Biennale vedo di lontano il locale disgraziato. Chiuso. C’ era un foglio  bianco attaccato con del nastro adesivo e messo in bella vista sulla saracinesca.

Direzione della Procura della Repubblica di Venezia

Nucleo Anti Sofisticazioni dei Carabinieri

“Locale sottoposto a Sequestro Preventivo dell’ Autorità Giudiziaria”

Data, timbro, firma.

Mi girai indietro e guardai per bene la laguna.
Bella, splendida.
La Mostra? Altra storia da raccontare..

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5 pensieri su “GENTE QUALUNQUE 3

  1. Ciao Walter, mi sono rivista un po’ nella tua disavventura, quando,durante una festa paesana mi sentii svenire in mezzo a tanta gente. Il caldo, lo stomaco vuoto, il cattivo odore di certe persone
    m’ avevano “intontita” seriamente
    Comuque quel barista merita una medaglia all’ imbecillità e altro
    Un caro saluto
    Mistral

  2. a me che sono avanti con gli anni, capita, quando devo fare lunghi tragitti in maccina, di dovermi fermare anche più di una volta…e una volta mi è stato opposto un rifiuto…stavo male, pure io volevo anadre dai carabinieri ma, non avevo voglia, non avevo tempo, non avevo una pistola…

  3. Ma è un racconto, ci sono tanti “ricami” sopra.
    E poi che te ne fai di una pistola? Mica si fa fuori uno, solo perché si è rifiutato un dovere. Lascia perdere, bastano già quelle in circolazione.

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