GENTE QUALUNQUE 4

NEXT
Autunno 2002. Novembre. Più che una visita  è un pellegrinaggio. Per chi è appassionato o professionista nel settore Architettura, la Mostra Internazionale di Architettura a Venezia è un appuntamento che almeno una volta nella vita, deve farlo. La Mecca, l’ antologia degli Architetti. Difficile da spiegare ma è così. Mi sciroppo la brava fila per il biglietto alla Mostra che quest’ anno ha per titolo: NEXT. Molti giovani, studenti universitari. Faccio il biglietto completo, per vedere tutta la Mostra, dai Giardini della Biennale,  le artiglierie e le corderie. Entro. Dentro, un poco di gente strana. Sembra di stare ad un vernissage di qualche rarefatto scultore olandese contemporaneo. Mi ci abituo. Ho tempo, posso girare e accontentare la mia curiosità con calma. Negli spazi aperti installazioni, sculture. Alcune strampalate, altre interessanti. Preso dalla foga di esserci, comincio a girare a casaccio. Il posto è grande, ma ho la mappa dei padiglioni e vado tranquillo, non rischio di perdermi.

Faccio il mio ingresso al padiglione USA. Nello spiazzo centrale sedici tonnellate di travi contorte e arrugginite delle Torri Gemelle riposano a terra, in tutto lo splendore della tragedia umana. Come Caronte, trasportano il visitatore dall’ Eden dei Giardini della Mostra, all’ inferno di Manhattan. Silenzio. Raccontano di un passo breve e intenso: dalla potenza dell’ Impero economico, al consapevole delirio di una tragedia subìta. C’ è tanto silenzio. Potente. La morte si fa lirica. Foto giganti che occupano intere pareti. Immagini del disastro distribuite in tutto il padiglione. Raccontano di fumo, polvere, gente che soccorre, sangue, macerie e lacrime. Un bambolotto di pezza strappato. Pompieri, morti, carte che svolazzano in un cielo luminoso, polveroso ed inquietante. Non si vede nessun responsabile del padiglione. Mi giro intorno e mi rendo conto che siamo in pochi lì dentro. Il vuoto. Il vuoto del silenzio, che strozza la realtà. Vuoto che nemmeno i progetti di ricostruzione di Ground Zero riescono a riempire, perché è dentro di ognuno. Bisogna tentare di coprire a tutti i costi quel vuoto con altri progetti, con altra fisicità. E bisogna far presto, perché il vuoto dentro e più pesante delle Torri crollate. Guardo tutto il Padiglione, foto per foto. Leggo l’ elenco delle persone decedute. Ci sono tutte le etnie in quei nomi: americani, pachistani, irlandesi, messicani, italiani, islamici. Tutte. Esco fuori dal dramma, portandomi in tasca questo vuoto e questo silenzio, come un depliant.

Vado oltre. 20 metri e sono vicino al padiglione spagnolo. Dentro scuro. Tracce, segni, messaggi, scritti ovunque. Video che giravano in continuo su schermi posti dappertutto, anche a terra. Non ci capisco niente, qui Architettura ne vedo poca. Non mi piace, faccio un giro istituzionale e passo oltre. Sono nel padiglione coreano. Finalmente un po’ di espressioni che hanno a che fare con quella che si chiama Architettura vicino alla realtà. Installazioni fatte con elementi naturali, casette di bambù e legno non stagionato. E molto verde. Mi giro, dietro un bancone c’ è una ragazza coreana in tailleur blu e foulard che mi guarda. Davanti a lei un cesto con dei poster sull’ evento, brochure e biglietti vari. Comincio a guardare i depliant. Lei esce dal bancone, prende un rotolo dal cesto in vimini e inchinandosi lentamente me lo porge delicatamente con due mani, in perfetto stile orientale, facendo un sorriso che dopo due padiglioni dedicati alla morte e al caos, ci voleva proprio. Non era più alta di un metro e mezzo, capelli nerissimi, lisci, lucidi. Prendo il rotolo, mi inchino come uno che di inchini non ne ha fatti mai, ringrazio e continuo il giro. Lei ritorna al bancone, nella stessa posizione di prima. Fissa, immobile come un corazziere. Mi sento osservato da lei, ma non a disagio mentre guardo con attenzione i progetti. Quando sto per uscire dal padiglione, la ragazza esce di nuovo da dietro il bancone, si mette accanto alla porta dell’ uscita, e appena mi avvicino, via di nuovo con la procedura inchino-sorriso. Mi inchino e sorrido anche io. Ci metto anche un grazie. Non guasta.

Giro altri padiglioni, vado in quello israeliano.Qui bisogna togliersi le scarpe. Si gira scalzi. Si gira scalzi su tutto il pavimento del locale che è coperto di sale grosso. E meno male che avevo i calzini. Girare con i calzini sul sale, non è una bella sensazione e soprattutto non la capisco, figuriamoci a piedi nudi. Prendo un piccolo libro sull’ Esposizione e appena posso esco, mi rimetto le scarpe e arrivederci. Pensavo di vedere qualcosa inerente le macerie dei bombardamenti, che avesse il sapore dell’ Intifada, e di voglia di ricostruire, non del sale.

Sono a zonzo per tutta l’ area della Mostra da almeno quattro ore e sono quasi le due di pomeriggio. Così dallo zainetto tiro fuori il mio panino preso al bar e mi guardo intorno per vedere dove si può sgranocchiare e bere in pace. Padiglione francese. C’ è una panchina di colore viola davanti l’ ingresso. Ecco, quella fa per me. Mi siedo, apro il panino e poggio la coca ancora fresca accanto a me. Un morso. Giusto un morso, che spuntati da chissà dove, si avvicinano due ragazzi spilungoni ognuno con un cartellino spillato sui maglioni: – ma che fa?
– Mangio. Gli rispondo. – Sono le due, ho fame e mangio. Perché non si può?
– Ma non lì, si alzi!
– E dove se non su una panchina?
– Ma quella non è una panchina, è un’ opera d’ arte! Rispose uno dei ragazzi.
Mi alzo di scatto, mi volto e vedo che stavo seduto su una panchina da parco. Viola. Faccio il giro della famigerata Opera d’ arte. Dietro lo schienale, mi abbasso e leggo il titolo, l’ Autore e l’ anno. Non sapevo se cazziarli, facendo presente che non si vedeva proprio che era un’ opera o defilarmi come un pirla. Scelgo la via di mezzo. Chiedo scusa, ma gli faccio presente dell’ opportunità di mettere il cartello sopra la panchina, non dietro. Come quelli della pittura fresca. Il pranzo è rinviato, pazienza. Non ci provo nemmeno a entrare nel padiglione francese. Quei due ragazzi allampanati sicuramente, me li ritroverei a fiatare sul collo come due avvoltoi, ad ogni metro che faccio all’ interno. Rimetto panino e coca in zaino e continuo il giro. Mi sentivo come Alberto Sordi in un suo film.
Entro nel padiglione ucraino. Buio totale. A terra neanche pavimentazione.
– Qui c’ è gente, strano. Ma come camminano?
Poi mi resi conto che a terra si era allagato dalla pioggia del giorno prima e il percorso del padiglione senza finestre, si effettuava per non bagnarsi, su dei tavolati improvvisati di legno. Il bello della storia era che non si vedeva un tubo. L’ unica illuminazione era data da una vascello lungo tre metri, posto al centro della sala e realizzato interamente in vetro, che si illuminava all improvviso dall’ interno, fino a spegnersi del tutto nel giro di pochi secondi. Quando il vascello si illuminava, si riusciva a vedere il pavimento e tutto intorno. Quando si spegneva il nulla assoluto. Tutti i presenti all’ interno, aspettavano che la nave si illuminasse per continuare a camminare sui tavolati e trovare l’ uscita. Del vascello e dei progetti posti sulle pareti, si capiva che alle persone non gli fregava un bel niente. Quelli volevano solo uscire da lì. Di colpo di nuovo il buio. Tutti fermi. 5, 10, 15 secondi di lutto ambientale e improvvisamente si illuminava il vascello di vetro. Via. Tutti verso l’ uscita sui tavolati, andando veloci e senza cadere in acqua. 5 secondi e stop. Di nuovo un periodo di buio. Ancora il vascello di vetro che si illumina. Andare, andare tutti di fretta sui tavolati. E così per dieci minuti, facendo attenzione a non fare lo stesso giro sui tavolati e rischiare di ritornare al punto di partenza, fino all’ uscita. Fanculo il padiglione ucraino.

Vediamo che c’ è ancora in programma da queste parti. Toh. Il padiglione italiano.Fucksas, con i suoi scarabocchi disegnati su un tovagliolo e venerati da alcuni come reliquie,travestiti da progetti seriosi che risolleveranno le sorti del mondo, il mitico Renzo Piano e le sue torri, strampalate utopie ambientali, la semplicità di Aldo Rossi, dei plastici fatti con i materiali più disparati, il razionalismo minimalista dove si spaccia per opera di design un ciocco di legno grezzo facente funzione di sedia, e altro ancora sulle contorsioni mentali di progettisti da mandare in psicanalisi. Esco, mi sento un grande Architetto, quantomeno migliore di quel che credevo. Almeno, la piacevole consapevolezza di non soffrire di disturbi mentali.

Entro nel padiglione svizzero. Una stanzetta tipo ufficio con solito bancone di finto legno. Chiedo alla ragazza con i capelli di colore biondo svizzero: – Salve, la mostra dove sta? 
Questa con aria di sufficienza e senza dire una parola, prende due rivestimenti di plastica per calzature e li mette sul bancone. No buongiorno, no buonasera. Da Alberto Sordi il mio disagio si trasformava in fantozziano.
– E che ci faccio con questi?
La ragazza con i capelli color biondo svizzero indica con gesti di indossarli sulle scarpe. Sissignore. Indosso ste specie di buste di plastica bianca alle scarpe come un Ispettore della Scientifica sulla scena del crimine.
– Fatto. E ora?
La ragazza esce da dietro il bancone e va ad aprire una porta. Mi fa cenno di entrare. Entro. Neanche il tempo di capire dove sono che sento la porta chiudersi dietro di me. Già.
Dove sono?
Non … si … vede … niente. Tutto bianco. Ovunque una distesa imprecisata di bianco. Mi ritrovo in una sala dalle dimensioni indefinite, tutta dipinta di bianco, e nessuno all’ interno. Ero solo. Mi giro, di scatto, e non vedo neanche la maniglia interna della porta. Non la vedo perché non c’ era. Non si vedeva nemmeno la porta. Davanti a me uno spazio indefinito bianco. Non c’ era orizzonte, luci al neon bianche al soffitto, non si distingueva il limite tra pareti e pavimento, non c’ erano finestre. Bianco ovunque. E anche in questo caso, nessuna presenza. Chiamo la ragazza. Non risponde nessuno.
– E ora che faccio? Dove caspita vado?
Provo a guardare a terra, ma abbassando lo sguardo vedo solo i miei vestiti e il jeans. Non pensavo che il bianco generasse inquietudine di questo tipo. Non vedevo niente se non bianco. Bianco assoluto. Sembrava che la sala fosse avvolta da una nebbia che dava visibilità nulla. Avevo anche perso il senso dell’ orientamento. Cerco di muovermi lentamente, un passo alla volta. Vado avanti. Fatti circa 10 metri, incomincia a prendere forma una specie di divano in pietra, ovviamente bianco. Memore della panchina viola fuori il padiglione francese, ci sto alla larga, ci giro intorno. Si, è una seduta o un divano. Bianco.
– Col cacchio che mi ci siedo! Questi sono svizzeri, non francesi. Chissà che mi fanno se sbaglio modi. Mi tocca vendere casa.
Vado ancora avanti, senza orientamento, come un cieco. Mi accorgo per intuito che la diversità tra forma e sostanza è data anche dalla differenza di colori. Ma qui dentro niente colori, niente forma e sostanza visibile. I passi si fanno sempre più piccoli e comincio anche a mettere le mani avanti. Mi pento di essere entrato lì dentro, con quei cosi ai piedi. Intanto non c’ era niente. Solo quella specie di comò in pietra. Poi, il fatto è che non avendo riferimenti orizzontali e verticali, si rischia per chissà quali meccanismi psicologici di avere le vertigini con i piedi poggiati al pavimento. Idea. Tiro fuori dallo zaino la lattina di coca e la faccio rotolare lentamente per terra. non troppo lontano altrimenti in questa specie di nebbia non la vedo più. Prima o poi si fermerà su qualche parte solida. La lancio molto lentamente, finché si ferma davanti a quello che sembra essere un muro.
Non fosse per l’ orologio al polso, avrei giurato che pure il tempo era fuori da questo ambiente. Erano dieci minuti che stavo lì dentro e cominciavo ad avere le scatole e gli occhi pieni di tutto quel bianco. Mi muovo lentamente in direzione della lattina rotolante. Lentamente, un piccolo passo alla volta, cercando di capire se c’ è qualche oggetto sempiternamente bianco avanti a me. Finalmente arrivo alla lattina. C’ è una parete, liscia e lucida, un limite, è già qualcosa. Lascio la lattina vicino al muro, come punto di riferimento colorato. Il problema ora è trovare l’ uscita. Devo intercettare una maniglia, un pomello, qualcosa di solido o che indichi una fessura di ingresso e uscita. Mi appiccico con le spalle alla parete e mi muovo rasente verso destra. Dopo qualche metro sbatto sullo spigolo interno di quella che doveva essere una parete ortogonale. La tocco dal pavimento, fino a dove arrivo in alto con le mani. Fine della ricerca della porta perduta su questa parete. Non c’ è, si cambia muro. In tutto questo tempo non entra nessuno.
– Ma agli allestitori del Padiglione e alla tipa la fuori, non gli viene in mente che così, qualcuno resta mentalmente traumatizzato? Bastarda, perché ogni tanto non entri a vedere che tutto è a posto? Perché non vieni a controllare se ho scarabocchiato con l’ Uniposca la tua cazzo di seduta in pietra?! Eh bastarda!?
Come sono entrato esco. La porta o quella che è l’ uscita da questo lenzuolo tridimensionale, da qualche parte deve stare. Continuo a perlustrare attaccato alla parete come un geco. Dopo una decina di metri che ispeziono pareti in cerca di fessure e solchi, sento impigliarsi qualcosa alla cinghia dello zainetto.
– È una maniglia, cazzo! E’ una maniglia! Giro la maniglia bianca, di una porta che non si vedeva e come nella fine di un incubo, riecco la saletta da dove sono entrato. Riecco pure la bastarda con i capelli color biondo svizzera dietro al bancone di legno. Finestre, oggetti, forme e colori. Chiudo la porta di quell’ inferno acromatico e totalitario, mi tolgo i due scafandri di plastica ai piedi e li butto nel cestino, di corsa. Vado verso l’ uscita, senza salutare. La ragazza mi indica con un gesto di lasciare una firma sul registro visitatori. Sissignore. Apre il registro e vedo fogli … bianchi. L’ unica cosa che mi viene in mente di scrivere, lo lascio immaginare.
Esco da quella follia. Rivedo il sole, alberi, gente normale che parla, cammina, insegne colorate, suoni e odori. Decido che è ora di mangiare il panino, in piedi, all’ aria aperta. Mi ricordo però, di aver lasciato la lattina di coca nel padiglione svizzero, dentro quella gabbia mentale senza confini.
Che faccio, torno lì dentro a cercare la lattina?

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