IL POSTO


Fa un freddo cane, ma decido ugualmente di scendere in spiaggia. È autunno inoltrato, ha piovuto da poco e chissenefrega. Vado a controllare il mio posto in spiaggia libera, dove come ogni estate stendo il mio asciugamano, e i miei pensieri. I pensieri in orizzontale scivolano meglio sull’ aria. Sono più fluidi. Mentre mi avvicino alla riva noto qualcosa. Il mio posto è occupato. Comincio a correre e arrivo sulla riva in pochi secondi. Il mio posto. È stato sempre il mio posto. Non ho paura, glielo dico in tono deciso:
“devi levarti da li’. Quello e’ il mio posto.”
Niente, non si muove. Non so come è arrivato ma quello, occupa il mio posto. Sta lì, grande e grosso e occupa il mio posto.
Glielo ridico più forte: “TI HO DETTO DI LEVARTI DA LI’! È IL MIO SETTORE, IL MIO SPAZIO! TROVATENE UN ALTRO!
È IL MIO POSTO! È IL MIO POSTO! È IL MIO STRAMALEDETTISSIMO POSTO!”
Non va via.
“LO SO CHE MI SENTI BRUTTO BASTARDO! IO TI VEDO E TU MI SENTI!”
Non si schioda. Ne sono convinto, lo fa apposta. Lui sicuramente lo sa che è il mio posto sulla spiaggia da anni e anni, perché lo sanno tutti che è mio. Nessuno si posa lì, niente e nessuno. Lui invece si, lo fa apposta. E sta lì.
“TE LO DICO PER L’ ULTIMA VOLTA! SE NON TE NE VAI TI BUTTO COSÌ COME SEI A MARE E TI LASCIO A FONDO PER DIECI MINUTI ALMENO! LO FACCIO! … TI HO DETTO CHE LO FACCIO!”
………………………………………………….
L’ ho fatto.
Di scatto, lo prendo con tutte e due le mani, come fossero artigli affilati e lo scaravento con tutta la forza che ho, in acqua. Gelida, fredda. Un tonfo sordo e va giù. Lo vedo andare a fondo, lentamente. Uno, due, cinque minuti. A riva guardo cosa succede. Poi dieci, dodici, venti minuti. Non esce dall’ acqua. Non esce più. In stato di agitazione, comincio a girare su me stesso. Mi giro e ogni tanto guardo verso il punto dove l’ ho gettato. Uno, due, tanti giri a testa bassa.
“E adesso?”
Vedo il cielo, nuvole.
“È mio…è mio!” Penso. “È MIO!”
Mi siedo nel mio posto, incrocio le braccia alle ginocchia e fisso l’ orizzonte, ripensando a quel che avevo fatto. Nessun pentimento, nessun rimorso. Quel che è fatto è fatto. Ormai è andato giù, in fondo al mare. Una sensazione strana comincia a attraversare la mia mente. Mi guardo tutto attorno per vedere se qualcuno mi aveva visto. A destra niente, a sinistra nemmeno. Nessuno. Non mi ha visto nessuno.
“Bene …bene!”
Si, l’ odiavo senza averlo conosciuto mai. Il maledetto voleva prendersi quello che era mio. Ho sfogato la mia rabbia, in un raptus folle e imprevedibile, ma non mi pento. È andata. Spero non abbia sofferto, ma non si deve occupare il mio posto … non si deve occupare il mio posto … non si deve occupare il mio posto.
Sto fino al tramonto seduto in spiaggia, raggomitolato, senza muovere un muscolo in quella posizione.
Viene la sera. Mi alzo, scrollo la sabbia di dosso e vado via. Poi mi volto, guardo da lontano e vedo che adesso è libero. Nessuno occupa più il mio posto.

Ho gettato a mare un sasso.
Peggio per lui. Occupava il mio posto in spiaggia.

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