TITO (DEI PORTICI)

PIOGGIA

È quasi sera e fa freddo. Non un freddo-freddo. È un freddo e basta. Ma chi vive in strada sa cosa è, sa come è, e suo malgrado, se lo vive tutto. La notte, il “freddo e basta” è più che sufficiente per rendere le ore più brutte. Più stronze.
Sta accovacciato sotto il portico del palazzo, proprio accanto la saracinesca del centro ottico. Anzi si è gettato come un sacco al muro del portico. Sporco, i capelli unti e arruffati che si fa prima a raparli a zero che provare a pettinarli.
Viso spigoloso, pieno di rughe, scuro. Occhi piccoli e profondi. Barba fatta forse due settimane prima, ma non di certo con lametta e sapone spray. Forse con un coltellino. Chissà da quanto tempo non socializza con l’ acqua e il sapone.
I vestiti non sono da meno. Di colore indefinito, color sporco. Se lo sporco è un colore. Tendono dal grigio spento all’ indaco, con nuance di nero e macchie che lo rendono una carta geografica. Sono strappati sulla tasca sinistra e sulle ginocchia, ma non per moda. Sono strappati per l’ uso continuo. Qualche dente marcio, le dita coperte di giallo nicotina che lasciano intravedere il nero del sudiciume che fa da guarnizione alle unghie. Sembra un quarantenne che ne dimostra sessantacinque e portati in modo disperato. Si nota l’ età vera, dal colore poco grigio dei capelli castani. Curvo e sfatto di vita, o di non vita.
No, non ha un bell’ aspetto.
Sta lì, accovacciato al muro. Accanto, due, tre sacchi grandi di colore azzurro e bianco (sembrano questi i colori originali). Sacchi morbidi, chiusi con dei fili di plastica e spago grosso. Si vede che non c’ e niente di solido lì dentro. Niente di valore. Forse stracci e niente più. Nessun cartello. Nessun pezzo di cartone con scritto -“fate la carità” o roba del genere. Nessun piattino d’ elemosina davanti. Sta lì, in silenzio a guardarsi le mani giunte, nere, callose, come fosse in preghiera. Che sembra perso nei pensieri, con la solitudine a fargli da cane da guardia e fidanzata.
Come si è ridotto così questo barbone? Non si sa. Lo sa solo lui. Solo lui conosce il suo vero nome. Solo lui sa da dove viene e chi era, solo lui conosce il suo passato, forse il presente. Forse.
Non parla con nessuno, non dice niente di lui. Il suo mondo inizia e finisce nella testa. La sua. Sporca, unta e spettinata. E il suo mondo dentro. E dentro quella testa anche la sua storia, che lo porta da qualche mese a stare gran parte del giorno seduto lì, in quell’ angolo di città, veloce, luminosa e piena di gente che corre da un punto all’ altro.
Tutti della zona lo chiamano Tito, ma così, solo per dare un nome a quell’ ammasso di stracci sporchi con qualcuno dentro.
Passa un tizio, lo guarda. – Hai fame? – Gli chiede.
Si, ho fame. – gli risponde Tito.
– Ah, mi dispiace. Sai, c’ è un panificio venti metri più giù. Comprati del pane, che se non mangi ti senti male. – E va via, convinto di aver fatto la sua buona azione.
Passa dopo qualche minuto una signora sui 50. Barbour Heritage blu, stivali neri al ginocchio. È la Vale, detta “Tiramisù”. Non si sa se è perché sa fare bene il dolce al caffè o, qualcos’ altro. Si accorge di lui perché Tito sta seduto proprio accanto a Gengar, un personaggio di Pokemon Go. E lei lo sta per catturare.
La Vale ondeggia il telefonino attorno a lui, mentre Tito invece spostando gli occhi neri la guarda e non si muove.
– E stronzo levati che perdo Gengar!- Gli urla la 50enne con lo smart tra le mani.
Tito, lo stronzo che sta seduto proprio accanto a Gengar non si muove di un briciolo. Sta lì, senza voglia di capire, pensieroso di suo. Sta tutto dentro se stesso, dentro la sua testa. Sigaretta tra le mani. Riscalda i polmoni, almeno.
– Ma che palle, barbone di merda! Ora quando lo catturo più! – grida la donna, e se ne va, con lo smart sempre saldato in mano alla ricerca di Gengar. Il mitico Gengar. Uno dei 151. Tito, che non è fra questi, getta lontano con il pollice e il medio, il mozzico di sigaretta che si è consumata da sola tra le dita senza neanche un aspirata. Chissà se lanciando la cicca ha preso il mitico Gengar in faccia o il suo compare digitale Nidoking, che una tipa di 50 anni, con l’ età buona per esser nonna, tentava di catturare. Chissà.
Nel frattempo le nuvole passano, guardano e vanno via. Non salutano mica tutte. Alcune sorridono, passano e vanno via. Altre invece, sputano un poco di pioggia sottile sulle strade e poi via anche loro. Consegnano il testimone al freddo della sera.
Passa Felice il pensionato, chiamato da tutti in Parrocchia “Lo Zio”. Cammina svelto. Cammina svelto con la sua riga perfetta dei capelli. Riga che parte dalla basetta destra e arriva con i capelli a quella opposta. Riga che parla per lui e dice: – Ho quattro peli grigi, lisci e lunghi, ma ci nascondo la pelata perché mi vergogno.-
Zio Felice guarda Tito e tutto il suo sporco coreografico attorno, ma non c’ è tempo per infilare la mano nella tasca e tirare fuori “la 20 centesimi”. Si fa un segno di croce en passant e va avanti convinto anche lui di aver fatto la sua buona azione. È svelto lo Zio. C’ è la Santa Messa da sentire alle 18. La Santa Messa in suffragio dei poveri, dei barboni, dei senzatetto, dei senza futuro, dei senza speranza, dei senza nessuno e dei senzauncazzo. Dei Tito. Svelto, o si fa tardi. Ora pro vobis.
È sera fatta, Tito è ancora lì. Genuflesso e avvolto nei suoi pensieri. Altra sigaretta accesa che si consuma, inevitabile tra le dita, senza tirare fuori uno sbuffo dai polmoni. Sguardo altrove. È sera e anche la gente torna a casa veloce. Torna veloce al suo televisore, alla pasta che si fredda, alla bolletta nella cassetta della posta, ai panni stesi da ritirare, all’ amante, al borghese e ipocrita – “Va tutto bene ma sai che non è così”, alla famiglia. A qualcosa.
Toh, eccoli lì. Gli stronzetti del muretto. Quattro, sorridenti, colorati e profumati. Si va a casa anche loro, per ritirare la paghetta anticipata e spararsela tutta al Pub, o con una pasta di MDMA, che spacca. Tutti e quattro a camminare in linea sul marciapiede. Gigio il più grande di loro tira fuori l’ I-phone di ordinanza e … – NONNOoo! GUARDA QUI!
Tito alza lo sguardo sui “4 dell’ Apocalisse”, col il loro capello a cresta standard e Gigio scatta una foto a Tito. Tre secondi ed è già postata sul profilo di faccialibro con scritto: ekko Ke succede a tifare …..
Ora Tito è su Faccialibro. Tito, con i suoi stracci logori e le sue buste molli adesso è nel mondo digitale, Tito quindi esiste. Anche se non tifa per nessuna squadra. Valanga di Like.
Risate bastarde di Gigio and bad company e via a prendere la Metro, verso casa, verso l’ MDMA.
Gli è andata bene stasera, di lusso. L’ ultima volta è incappato in un branco di nazi che gli hanno rivoltato le ossa come un guanto, a furia di calci, sputi e pugni.
Non si arrabbia più quando gli fanno queste cose, perché la rabbia è una emozione. E il tempo, è come un’ emozione che le sommerge tutte. E lui adesso, ha il tempo dalla sua.
Si gira e apre una busta che sta accanto, la più piccola. Via spago, via fili di plastica. Inizia la cena. Avvolto dentro un depliant, che spiega come diventare ricchi sfondati in un solo pomeriggio facendo trading online, c’ è un panino. Una rosetta piena di niente. Un morso alla rosetta, un’ altro morso ancora e il resto pieno di niente, è riavvolto nel depliant e infilato nel suo mondo non digitale di colore azzurro, quello richiuso con spago grosso e fili di plastica. Un sorso alla bottiglia di acqua. Fine della cena. Altra sigaretta accesa tra le dita, fa da dessert.
Sono le 11 di notte in città, e non è estate. Il freddo comanda e da ordini. Ordini perentori: -Copriti almeno con un plaid, o te la mattina non la vedi! –
E Tito esegue l’ ordine. Apre uno dei sacchi sgualciti, tira fuori una vecchia coperta da ospedale marrone con strisce bianche, poi un plaid colorato di quelli che si usano per il picnic e si copre, steso su dei cartoni che si conservava dietro la schiena. Niente buonanotte da nessuno, niente ninna nanna.
Disteso, non pensa. Tito con i suoi pochi denti, gli occhi piccoli, neri e profondi, sorride. Sorride a se stesso. Sorride dentro.
Passano come tutte le notti i volontari. Sanno di trovarlo lì. Sanno che il the che gli lasciano se lo beve tutto. Non fa lo schizzinoso neanche con il cioccolato fondente. Quelli del volontariato lo rispettano perché non ha mai dato fastidio a nessuno, non beve alcolici, non urla alla gente che passa e niente robe strane.
Giovanna col giubbotto a strisce fosforescenti in prima fila sul gruppo, come sempre. È lei che decide tutto e guai a contraddirla. Si avvicina, prende un bicchiere di plastica dal contenitore di polistirolo e lo posa accanto a lui.
– Ciao Tito, lo lascio qui, bevilo adesso che è caldo. Ti lascio anche le barrette di cioccolata e il nostro indirizzo sul bigliettino. Dopodomani passa se ti va, che ci sono gli slip e le coperte nuove. Che ti fai anche la doccia! ‘Notte. –
– Ciao, grazie. – Gli risponde, prendendo il bicchiere di plastica caldo con tutte e due le mani e bevendo in un fiato. Ma lui non ci va mai al Centro, non c’ è stato mai.
3 e 40. La notte è fonda come un pozzo artesiano e a quest’ ora si sente il solito passo morbido del Pennellone. Il Pennellone è un industriale che vive fuori città. Ricco, molto ricco. Assai. È alto e secco. Tre quarti del suo corpo è costituito dalle gambe. 47 di piede. Ma non è un problema perché è proporzionato alla sua altezza. Due metri. Due metri e non un centimetro di più, non uno di meno. Un giorno si e l’ altro forse, va a trovare la sua amante di notte. Gli ha comperato casa proprio dietro i portici. Gliel’ ha arredata tutta in bamboo, midollino e rattan, che sembra di stare in una villa dei tropici, ma al terzo piano e a -10 gradi sottozero.
Una sveltina e andersen. Un giorno si e l’ altro forse.
La moglie dell’ industriale lo sa della tipa e non gli frega niente, perché pure lei un giorno si e l’ altro forse, la notte ha il suo, di tipo. Ma dall’ altra parte della città. Fanno il paio. E tutte le notti che il Pennellone va a trovare la sua tipa, passa dai portici dove sta Tito. Lascia sempre la macchina di fronte a lui. Così, se tentano di fregarla, sa che una persona che non esiste per nessuno tutto il giorno, può far da impiccio per i ladri e magari da testimone. È utile Tito. Tito l’ antifurto. Il Pennellone mentre si abbottona il cappotto si avvicina, lo guarda avvolto in un groviglio incerto e spiegazzato di coperte.
– Ah! Sei sveglio. Per forza, con questo freddo come cazzo fai a dormire qui!? Perché non ti trovi un lavoro? Così guadagni qualcosa e ti affitti un posto dove stare. Dico, anche per te, per tua dignità. Se scarichi l’ app “www.trovolavorointresecondi.it/app/” sul telefonino, magari gli mandi un curriculum e ti prendono. Sciaooo!-
E gli lascia sulle coperte una banconota da 5 euro.
– QUIK QUIK! – Suona l’ immobilizer dell’ auto, il Pennellone apre la portiera della Koenigsegg grigia e, data un’ ultima occhiata al terzo piano dell’ alcova finto tropicale entra in macchina. Via, sgommando verso casa, verso una moglie che ancora non c’è, sgommando verso i vasi di Murano in bella vista sulla consolle, le tele di Burri e Arman incorniciati sulle pareti del salone, le lenzuola di seta nella camera da letto dall’ odore di mandorla e dal sapore di vuoto umano, vuoto trasformato in lussuosa comodità.
È quasi l’ alba, sono le 6 e incominciano a gironzolare per le strade le prime persone. Nel portico cartoni a terra, coperte raggomitolate e sacchetti di plastica pieni di roba molle accanto.
Ma Tito non è sotto le coperte. Non ci sta neanche sopra. E nemmeno il bicchiere vuoto del the. Sopra invece, c’ è ancora la 5 euro lasciata dal Pennellone e un pacchetto stropicciato di sigarette, quasi pieno.
Piove di brutto. Sotto il portico no. Amen.

5 pensieri su “TITO (DEI PORTICI)

  1. Ho i brividi. E mi sembra di vederlo Tito, qui sotto i portici, silenzioso ad osservare un mondo a cui appartiene e non appartiene al contempo. Perso nella rete digitale e così vero da poterlo quasi toccare. Senza strappargli mai di dosso la sua dignità. Complimenti, bellissimo pezzo.

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